giovanniminervini

due.uno.nove

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La prima cosa da fare è prendere una fotocamera ed andare lì dove vuoi pensare meglio perché c’è qualcosa che ti attira, che non si lascia dimenticare. Quindi è il pensiero quello che motiva l’atto fotografico. C’è la fiducia che le fotografie possano portare nuova conoscenza su qualcosa che si può vedere direttamente con i propri occhi, ma che contiene qualcosa d’altro che non si vede per davvero.
Nelle fotografie tutto è fermo come se lo fosse da sempre e per sempre. Già questo cambia tutto. Avere il tempo di guardare con attenzione per quanto e quando si vuole quello che altrimenti sarebbe durato troppo poco per vari motivi, consente di attivare un pensiero più riflessivo e di arrivare a poter fare delle considerazioni che mai si sarebbero immaginate senza una fotografia lì davanti, immobile.
Più la fotografia riesce a restituire quello che si vedeva, più si sostituisce nella mente a ciò che c’era. Diventa l’immagine il terreno di indagine, non l’esperienza delle cose nei luoghi. L’immagine ha le sue regole di funzionamento e ricostruisce il mondo in una versione ridotta, più abbordabile e possibile. Senz’altro consente una forma di pensiero laterale, dal quale possono emergere delle novità inattese.
Giovanni Minervini così ha fatto, con metodo e costanza. Ha stabilito un terreno d’indagine sulla base dei fatti e dei documenti cha ha saputo raccogliere e mettere in relazione. Seguendo poi nel tempo questa mappa ipotetica è andato a vedere cosa c’era ed ha trovato cosa non si aspettava. Con stupore, ma disponibilità completa ad accogliere ciò che raccoglieva, ha messo insieme una raccolta di umanità, di tracce lasciate lì davanti a lui dagli umani che si inventano giorno dopo giorno come poter abitare l’inabitabile. Come dare un senso ad una vita condizionata da scelte fatte altrove nella fredda progettualità di chi mai ci verrebbe ad abitare in quello che ha voluto e costruito.
Così, le geometrie ripetitive ed alienanti di un razionalismo architettonico degradato dagli stanchi epigoni che hanno smarrito l’ideale originario, diventano una scena costellata di impossibilità esistenziali. La misura dell’uomo, simbolo del modernismo, ha una taglia inumana invece e si rivela assurda. In questo paesaggio paradossale una religiosità minuta costruisce installazioni votive come gesti di speranza, l’ultima, nella protezione di chi sta ben più in alto di coloro che li hanno spinti a vivere lì. “Qualche santo sarà” si usava dire nelle mie campagne venete d’infanzia e così è dovunque siano finite le altre speranze. Nelle fotografie di Minervini, nel suo vero e proprio flusso diviso in capitoli che ci porta dove forse non vorremmo andare mai, tutto trasuda disordine, difficoltà, ma anche piccole illuminazioni di vitalità. Colori, oggetti, scorci dove qualcosa si muove ancora nello spirito dei residenti.
Non penso che le fotografie documentino qualcosa per davvero. Possano fare discorsi o certificare tesi con l’evidenza iconica. Le fotografie, quelle davvero buone, sono agenti provocatori di pensiero. Spingono a riconsiderare quello che si pensava di sapere, inducono al dubbio e si rifiutano di dare risposte perché le risposte sono dentro chi le guarda, forse. Un buon fotografo questo fa. E Giovanni Minervini è certamente di questa pasta.

Fulvio Bortolozzo
Torino, 15 novembre 2020



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https://www.giovanniminervini.it/dueunonove-g

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